BioShock e BioShock 2 sono stati probabilmente i videogame che più mi hanno appassionato nell’ultimo anno. Un po’ per l’estetica anni Cinquanta, fatta di ottone e di manifesti pubblicitari, e un po’ per la storia che parla di una città sottomarina nata come rifugio per le arti e la scienza, e trasformatasi poi in un’arena del declino dell’umanità. Quando ho visto il trailer del terzo capitolo – molto distante dall’ambientazione acquatica – sono rimasta senza parole. Poi le ho trovate e ho scritto un articolo per Invaders’ Den.

Le storie nate a Rapture restano a Rapture, intrappolate sul fondo dell’oceano e – questa volta – senza un seguito.
È un nuovo inizio quello intrapreso da Irrational Games e da Take-Two che partono alla conquista del cielo con BioShock Infinite. La città sottomarina Rapture e i Big Daddy sono ormai solo un ricordo, anzi, un cammeo che apre il trailer.
La città aerea di Columbia è stata costruita nei primi del Novecento, nata dal più sentito orgoglio imperialista statunitense. Esteticamente, la città è rappresentata come dipinta con colori a olio, all’apparenza ispirata dall’immaginario di Hayao Miyazaki e con influenze squisitamente steampunk: impossibile non pensare a Laputa, il castello sospeso nell’aria, oppure alle macchine volanti che popolano i cieli in Porco Rosso. Eppure, nonostante i colori splendenti e la luce accecante, la città di Columbia è tutt’altro che solare. Anche dal breve trailer si percepisce il clima di terrore e di oscurità che si nasconde dietro alla patina dorata dell’apparenza.
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